mercoledì 27 ottobre 2010

GIANLUCA IOVINE - Un Campione di Nome Scirea


Gianluca Iovine è uno scrittore napoletano che nel suo percorso di vità ha girovagato tra città come Trieste, Torino e Milano, prima di scoprire per amore la Piana di Gioia Tauro."Cercando Scirea", libro dedicato completamente alla figura del mitico capitano della Juventus, è il suo primo romanzo, nato inizialmente da un soggetto per il cinema scritto con Paolo Spotti e Caludia Carlino. In un'intervista approfondita, Gianluca Iovine ci presenta il suo libro, soffermandosi sulla figura di un mito del calcio come Gaetano Scirea:

Allora Gianluca, complimenti vivissimi per il tuo libro “Cercando Scirea”. Potresti presentarlo ai nostri lettori?

-È un romanzo pubblicato con la Boopen di Napoli, presentato a maggio al Salone di Torino. Per trovarlo si può cercarlo proprio su www.boopen.it. Un atto d’amore a una persona silenziosa, un Campione vero, che mi manca molto.

Quale percorso hai effettuato per arrivare a questo libro? Da dove è nata l’idea cardine?

-L’idea nasce da una sceneggiatura, scritta insieme a Claudia Carlino e Paolo Spotti e destinata alla Rai, perché “Scirea”, prima di tutto doveva essere un film. I tempi però erano lunghi, e allora il direttore editoriale di Boopen, Aldo Putignano, mi ha proposto di scrivere un romanzo. L’idea è nata per caso, una folgorazione capitata attraversando la strada a Cinisello Balsamo. Dopo il passaggio di un tram, ricordo, ebbi l’idea di correre alla Scuola di Cinema e di chiedere a Paolo se potevamo scrivere una storia su Scirea.

Perché concentrarsi sulla figura di Gaetano Scirea? Quanto c’è di romantico in questo grande personaggio?

-L’intera vita di Scirea ne fa un eroe romantico, in un’epoca davvero distante dalla nostra. Gaetano Scirea era un buono, qualcuno lo chiama ancora San Gaetano. E visto che la bontà è raccontata poco e male, credevo valesse la pena provare. In un Paese che ha perso identità, memoria, cuore, è una scommessa.

Cosa accomuna l’uomo Gianluca Iovine alla figura di Gaetano Scirea? Quanto c’è di Scirea nella tua persona?

-Vorrei tanto esserlo stato, ma è un esempio troppo luminoso. Era un uomo privo di grettezza e di malizia, aveva una semplicità sublime, la stessa che adoperava in campo. Non era un narcisista, non si guardava dal di fuori come si fa oggi, non era granché consapevole della sua classe e dei suoi traguardi. Anche quando era diventato Scirea, il Campione del Mondo di Calcio, non aveva mai smesso di essere “el nost Gaitàn”, come diceva Gianni Brera. Di Scirea vorrei avere almeno la voglia di sorridere e abbracciare gli altri, di ascoltare le parole e i sogni di tutti.

C’è nel calcio odierno un personaggio che può incarnare la figura e lo spessore umano di Gaetano Scirea?

-Di sicuro esisteranno tanti calciatori che lottano in silenzio per contrastare la facile associazione tra calcio e superficialità. Molti sono ragazzi semplici, altri si perdono per strada. Però mi riesce difficile pensare oggi a un calciatore in attività che, fermato per strada, ti inviti a pranzo, dopo l’autografo, o magari dopo un trionfo internazionale, ringrazi l’intervistatore, senza mai una parola fuori posto, un’accusa a un avversario o un compagno. Il fatto è che è cambiata la società, perché prima era più facile restare se stessi, oggi c’è tanto divismo e troppi soldi. È un intero sistema che è cambiato, in peggio, ritengo.

E nello stile di gioco, chi secondo te oggi ricorda Gaetano Scirea?

-Credo fosse unico, per il modo lieve che aveva di dialogare con il pallone. E poi i numeri 6 sono un ricordo, ormai. Non colpiva quasi mai l’avversario, oggi chi può dire in una carriera lunga e vittoriosa di aver avuto poche ammonizioni e nessuna espulsione? Già all’epoca nessuno era come Scirea, e trovo che in fondo a nessuno interessasse essere un campione e restare in silenzio.

Come è stato accolta dai familiari di Gaetano Scirea la pubblicazione di questo libro?

-Già all’epoca del soggetto per lo schermo, il fratello Paolo ci ha aiutato. Poi è arrivato l’abbraccio di Mariella e Riccardo, due persone incredibili, che hanno reagito a un dolore straordinario aprendosi agli altri. Mariella ha pianto, e mi ha detto che il romanzo ricostruisce la vita di suo marito, persino lì dove ci sono invenzioni di fiction, come la fidanzatina mai avuta, o l’amico-antagonista Nino. Riccardo si è innamorato della figura del papà di Gaetano, un operaio ruvido e integro, figlio della sua epoca. Perché “Cercando Scirea”, tengo a dirlo, è un romanzo sulla paternità, frutto anche della scomparsa di mio padre. Con quella morte, ho capito fino in fondo che dolore straziante sia perdere le mani che ti indicano la strada. Così ho potuto raccontare quello che io per primo ho vissuto.

Quale concetto hai del calcio odierno? Quali sono le differenza tra il calcio di oggi e quello del passato?

-Non è solo un problema di valori, ma di tecnica. Vedere una partita degli anni ’70 non significa solo trovare volti più duri, meno forma e più sostanza, e immagini spoglie come i campi, meno fotogenici di oggi. Quel calcio era meno veloce, meno aggressivo, meno muscolare.

Può esserci ancora in questo sport spazio per la passione e per i sentimenti? Oppure tutto questo si è perso nel tempo?

-La passione, autentica, è rimasta nei tifosi, in molti allenatori, e tra i calciatori del calcio minore, nei piccoli centri, dove non conta più vincere, ma continuare a esistere…

La domanda a questo punto nasce spontanea: per quale squadra fa il tifo Gianluca Iovine?

-Sono diventato juventino per scommessa, da ragazzo. E me ne sono innamorato. Ricordo tante partite, e le figurine dei campioni degli Settanta e Ottanta. Per me la Juventus era la perfezione. Poi sono tornate a prevalere le ragioni del cuore, e ho seguito con amore il Napoli, anche in serie C. E oggi è bello vederlo affrontare al San Paolo squadre come il Liverpool!

Quali sono i tuoi programmi futuri? Dobbiamo aspettarci la pubblicazione di qualche altro tuo nuovo libro a breve?

-Sto lavorando a un’intervista con una persona che ha vissuto un’altra storia, e dolorosa, di questo Paese. Ma non sono certo che mi permetta di scriverla. E poi vorrei uscire in inverno con il mio secondo romanzo, un giallo ambientato in America. Il titolo è“Dead Pool”.

Potresti lasciare un messaggio ai nostri lettori?

-Sono felice che stiano leggendo queste righe, e per questo li ringrazio. Io da vicino sono diverso, meno noioso di come scrivo, o forse no, ma sempre genuino. O almeno ci provo. Vorrei che anche loro inseguissero un’etica della lealtà, giocando la vita come viene, rispettando sempre le regole, ma non perdendo mai di vista l’orizzonte dei sogni.

Intervista di Maurizio Mazzarella

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